L’arte delle donne. Dal Rinascimento al Surrealismo.

Filed under:Lombardia,Pittura — scritto da claudia il 30 Novembre 2007

Elisabetta SiraniMilano, Palazzo Reale
5 dicembre 2007 – 9 marzo 2008
L’ARTE DELLE DONNE
dal Rinascimento al Surrealismo

Nell’Anno Europeo delle Pari Opportunità, il primo grande evento espositivo dedicato a cinque secoli di arte al femminile, attraverso 110 artiste e 200 opere, da Sofonisba Anguissola a Camille Claudel, da Lavinia Fontana a Frida Kalho, da Marietta Robusti Tintoretto a Tamara de Lempicka, ad altre ancora.
Artematica destinerà il 5% degli incassi della mostra alla Fondazione Umberto Veronesi e ABO PROJECT per finanziare il progetto di ricerca “Radioterapia Intraoperatoria e Radioterapia Fast”, un nuovo schema terapeutico nel trattamento del carcinoma della mammella, coordinato e diretto dall’Istituto Europeo di Oncologia di Milano (IEO).
Stefanel donerà al progetto 1 euro su ogni acquisto effettuato in tutti i suoi negozi in Italia aderenti all’iniziativa, per tutto il mese di dicembre.

Valorizzare la figura della donna come pittrice e non più solo come soggetto dipinto, assegnandole il ruolo di protagonista della scena artistica a lungo dominata dalla figura maschile, è quello che si propone la mostra L’Arte delle Donne, dal Rinascimento al Surrealismo, in programma a Milano, Palazzo Reale, dal 5 dicembre 2007 al 9 marzo 2008.

L’iniziativa si propone, nell’Anno Europeo delle Pari Opportunità, di promuovere ed evidenziare il ruolo della donna nell’arte e di recuperare il valore scientifico, sociale e antropologico delle opere di alcune fra le più illustri artiste della storia, così come di figure meno note, ma egualmente rilevanti nel panorama creativo internazionale, nonché analizzare com’è cambiata l’immagine della donna artista nel corso degli ultimi cinque secoli.

Artematica destinerà il 5% degli incassi della mostra alla Fondazione Umberto Veronesi e ABO PROJECT per finanziare il progetto di ricerca “Radioterapia Intraoperatoria e Radioterapia Fast”, un nuovo schema terapeutico nel trattamento del carcinoma della mammella, coordinato e diretto dall’Istituto Europeo di Oncologia di Milano (IEO).
Stefanel, partner dell’esposizione, brand da sempre vicino al mondo dell’arte e attivo nell’ambito della solidarietà, ha accolto con particolare entusiasmo l’iniziativa di Artematica di coniugare l’evento artistico con un’azione benefica a favore della ricerca medica, e ha deciso di coinvolgere la propria rete di vendita per contribuire al progetto: per ogni scontrino emesso nel mese di dicembre, i negozi Stefanel aderenti all’iniziativa doneranno 1 Euro alla Fondazione Umberto Veronesi e ABO PROJECT.
A supporto saranno dedicate le vetrine degli store di tutta Italia, una campagna stampa e una radiofonica su Radio DeeJay e il sito internet www.stefanel.it

La mostra presenterà oltre 200 opere realizzate tra il XVI e il XX secolo da 110 artiste, tra cui Rosalba Carriera, Artemisia Gentileschi, Lavinia Fontana, Elisabetta Sirani, Nathalie Gontcharova, Camille Claudel, Tamara de Lempicka, provenienti da musei e collezioni di 14 paesi, europei ed extraeuropei, quali il Museo Nacional del Prado e il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid, il Centre National d’Art et de Culture Georges Pompidou di Parigi, il National Museum of Women in the Arts di Washington, la Galleria degli Uffizi di Firenze, il Museo Nazionale di Capodimonte di Napoli.

“Certo in nessun’altra età”, ebbe modo di scrivere Giorgio Vasari nelle sue Vite, “s’è ciò meglio potuto conoscere, che nella nostra; dove le donne hanno acquistato grandissime lettere”. Il percorso espositivo non poteva quindi che prendere inizio proprio dal Rinascimento, quando, in Italia e in Europa, il caso di una donna artista non rappresentava più, come nel Medioevo, un fenomeno isolato.

Sofonisba Anguissola e Lavinia Fontana sono alcune delle prime artiste attive nel Cinquecento italiano.
Figura mitica, per aver ricevuto, vecchissima e cieca, l’omaggio di una visita di Anton van Dyck, Sofonisba Anguissola (c.1535-1625), cremonese, si specializzò, come le sue sorelle, soprattutto nel ritratto e nell’autoritratto, introducendo un tema che avrà, nelle biografie delle artiste, uno speciale rilievo e un preciso significato, destinato a divenire uno dei filoni principali della produzione femminile fino ai nostri giorni. “Dama di honore de la Reyna” di Spagna, l’Anguissola, di cui si espongono due tra le opere maggiori, (Autoritratto al cavalletto e Partita a scacchi) fu la prima donna a godere dell’appoggio dei monarchi europei.
Lavinia Fontana (1552-1614), sua quasi coetanea bolognese, divenne a sua volta ritrattista ufficiale delle famiglie nobili della città. Figlia di uno dei protagonisti del manierismo bolognese molto attivo a Roma a metà del Cinquecento, Lavinia si formò alla scuola del padre, animata da un gusto eclettico che univa ai modelli tosco-romani e parmensi i primi sentori di quello spirito nuovo che avrebbe nutrito la “riforma” dei Carracci.
Era assai frequente che le artiste fossero figlie o sorelle e mogli di artisti.
È il caso di Marietta Robusti (c.1550-1590), figlia di Tintoretto, detta la Tintoretta, presente col suo luminoso Autoritratto della Galleria degli Uffizi, che fa cenno alla sua educazione musicale, in accordo con le regole educative del tempo.
Ma è la romana Artemisia Gentileschi (1593-1654) ad avere ricoperto un ruolo fondamentale nell’affermazione della donna artista, non solo perché fu una grande pittrice, ma anche perché fu lei a ispirare, negli anni Settanta del secolo scorso, un nuovo interesse di natura femminista e sociale, su tutto il mondo femminile nelle arti. Figlia di Orazio Gentileschi, caravaggista della prima ora, subì violenza da Agostino Tassi, pittore raffinatissimo, e lo denunciò. La raccolta degli atti del processo per lo stupro subito è uno dei primi documenti di questo tipo e spiega l’oscuro fascino che, unendosi a quello della sua pittura, la trasformò in una eroina senza tempo. Continuò a dipingere scene dove il sangue gronda purpureo e lasciò alcune delle più stupefacenti immagini di Giuditta, l’eroina biblica. Giuditta, Susanna, Betsabea divengono i soggetti preferiti di Artemisia e delle artiste seicentesche, che scelsero di rappresentare donne eccezionali della storia classica e della storie biblica, femmes fortes in cui identificavano il loro stesso destino.
Elisabetta Sirani (1638-1665), figlia di un pittore allievo di Guido Reni, Giovanni Andrea Sirani, ebbe un destino opposto a quello di Artemisia. Dedita soltanto alla sua arte, visse soli ventisette anni, lavorando indefessamente, ma morì all’improvviso, forse avvelenata. Entrò quindi nella leggenda: era donna, era pittrice, era figlia di un pittore. La morte giovane aggiunse un’aura alla sua figura; il sospetto avvelenamento trasformò l’intera vicenda in giallo.
Nel Settecento il palcoscenico delle donne dell’arte si apre per accogliere biografie straordinarie, quali quelle dell’italiana Rosalba Carriera (1675-1757) specializzata nella raffinatissima tecnica del pastello qui rappresentata da uno splendido Autoritratto e da un Ritratto maschile, che fu attiva presso le maggiori corti d’Europa, da Parigi a Vienna e della svizzera Angelica Kauffmann (1741-1897), colta interprete di un precoce neoclassicismo ancora intriso di grazie rococò, splendidamente rappresentato nelle due opere in mostra, Erminia e l’Immortalità.
Con l’Ottocento le schiere s’infoltiscono: ecco dunque Berthe Morisot (1841-1895) cognata di Edouard Manet e protagonista dell’Impressionismo e delle sue battaglie, specializzata nella resa di temi domestici e intimi, Eva Gonzalès (1849 – 1883),e l’americana Mary Cassatt (1844 – 1926), scoperta da Degas e da lui introdotta nell’ambiente impressionista.
Suzanne Valadon (1867-1938), madre di Maurice Utrillo, fu una figura in intelligente equilibrio tra i due secoli, tanto da anticipare molte delle visioni fauviste o cubiste. Negli stessi anni si consumò la vita tormentata di Camille Claudel, (1864-1943) maggior scultrice dell’Ottocento, la cui esistenza fu segnata dalla relazione con Auguste Rodin, suo maestro. La mostra accoglie il famoso ritratto che la giovane allieva eseguì dell’amante, e un bronzo raffigurante La Valse. Grande scultrice, potente artigiana, infaticabile lavoratrice, era la sola donna dell’atelier di Rodin che potesse tagliare il suo marmo – compito da uomini. Allo stesso tempo è interprete delicata e sensibilissima di una misura che declinava il modello rodiniano nella sfumatura più moderna delle curve e dei motivi decorativi: abbassò il tono stentoreo e monumentale del maestro, per scoprire la forza anche dentro una scultura di dimensioni inferiori.
Si giunge così al Novecento, attraverso l’opera elegantissima di Elisabeth Chaplin (1890-1982), francese di origine ma di cultura italiana, di cui si espongono due capolavori provenienti dalla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti, alle prime avanguardie e all’inglese Vanessa Bell (1879-1961), protagonista, con la sorella Virginia Woolf, di un movimento straordinariamente vivace nell’Inghilterra tra i due secoli.
Artiste quali Gabriele Münter (1877-1962), Marianne von Werefkin (1860-1938), Paula Modersohn-Becker (1876-1907) e Käthe Kollwitz (1867-1945), presente con un nutrito gruppo di opere, vissero da protagoniste l’atmosfera cosmopolita della Germania del primo espressionismo gareggiando con le prime donne italiane lanciate nell’entusiasmo mediatico del futurismo.
Meteore fuori dal coro, Tamara de Lempicka (1902-1980) e Frida Kahlo (1907-1954) sconcertano non solo con le opere, ma anche con le loro biografie. Autrici di altissima individualità, seppero tracciare linee uniche e indipendenti tra le correnti del secolo.

Il Novecento spalanca la complessità del contemporaneo presentando voci sparse, ormai non più elencabili secondo un ordine, né di nazione, né di tendenze, come Meret Oppenheim (1913-1985), indiscussa protagonista di uno sperimentalismo sempre all’avanguardia.

Accompagna la mostra un catalogo Federico Motta Editore.
Artematica ringrazia sentitamente per la collaborazione il National Museum of Women in the Arts di Washington e l’Associazione Amici del National Museum of Women in the Arts di Milano.

Dove: Milano, Palazzo Reale (Piazza Duomo, 12)
Quando: 5 dicembre 2007 – 9 marzo 2008
Orari: lunedì dalle 14.30 alle 19.30; martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica dalle 9.30 alle 19.30; giovedì dalle 9.30 alle 22.30.
Biglietti: intero: 9 euro; ridotto: 7 euro (studenti, tesserati TCI, over 60); ridotto: 6 euro (fino a 18 anni); gratuiti fino a 3 anni, disabili con accompagnatore.
Informazioni e prenotazioni: www.ticket.it; tel. 02.54915

L’esposizione, col patrocinio del Comune di Milano – Assessorato alla Cultura e Assessorato alla Famiglia, Scuola e Politiche Sociali, della Provincia di Milano, realizzata da Artematica, con la partnership di Gobbetto e Stefanel, sponsor Davines, Rcs, sponsor tecnici The Westin Palace, Milano, Trimtec, ATM, è curata da un comitato scientifico presieduto da Hans Albert Peters, storico dell’arte, ex direttore del Kunstmuseum di Düsseldorf, e composto da Sergio Benedetti, curatore capo della National Gallery of Ireland, Beatrice Buscaroli, storica dell’arte, docente di Storia dell’Arte Contemporanea all’Università di Bologna-Ravenna, direttore artistico delle collezioni d’Arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna, Susan Fischer Sterling, curatore capo National Museum of Women in the Arts, Washington, Gutman Ilene, direttore Affari Nazionali ed Internazionali del National Museum of Women in the Arts, Washington, Francesco Petrucci, direttore del Museo di Palazzo Chigi in Ariccia, Elena Pontiggia, storica dell’arte, Accademia di Brera, Milano, Nicola Spinosa, sovrintendente Polo Museale Napoletano, Edoardo Testori, critico d’arte, Marco Vallora, professore di Storia dell’Arte Contemporanea all’Università di Urbino, di Estetica al Politecnico di Milano e di Storia dell’arte e Storia della Critica alla Facoltà di Architettura di Parma.

Mirò 1893-1983 il trionfo del colore

Filed under:Disegni,Friuli Venezia Giulia — scritto da claudia il

Mirò 1893-1983 il trionfo del colore

Spazi Espositivi della Provincia di Pordenone, 7 dicembre 2007 – 2 marzo 2008

“Farò emergere il mio lavoro come il canto di un uccello o la musica di Mozart, senza sforzo apparente, ma pensato per lungo tempo e lavorato all’interno”. Con queste parole Joan Mirò sintetizzava il suo impegno nell’arte che lo avrebbe portato alla realizzazione di una serie di opere in parte esposte nella mostra “Mirò 1893-1983 il trionfo del colore” che si inaugurerà venerdì 7 dicembre alle ore 17:30 presso gli Spazi Espositivi della Provincia di Pordenone e resterà aperta al pubblico fino al 2 marzo 2008.

La mostra è curata da Giuseppe Bergamini ed Enzo di Martino ed è organizzata dalla Triennale Europea dell’Incisione e dalla Provincia di Pordenone, in collaborazione con la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e la Fondazione Cassa di Risparmio di Udine e Pordenone. Verranno esposte 80 grafiche provenienti da una delle gallerie d’arte moderna più importanti del mondo, lo Sprengel Museum di Hannover, che sigla questa sinergia con la Triennale Europea dell’Incisione per il quinto anno.

Nato nel 1893 a Barcellona, Mirò esprime al meglio la sua visione poetica e fiabesca del mondo alimentata da impulsi di una memoria segreta e inconsapevole, apparentemente gioiosa, ma anche misteriosamente tragica e inquietante.

La grafica è stata per Mirò – come per molti grandi artisti del passato, da Dürer a Rembrandt, da Goya a Picasso, abbondantemente celebrati nei cataloghi editi dalla Triennale Europea dell’Incisione – un segmento estremamente importante della sua produzione artistica ed egli stesso ha affermato che “un’incisione può avere la stessa bellezza e dignità di un buon quadro”.

Molte di queste opere saranno esposte nella mostra di Pordenone, così come quelle realizzate anche negli anni Cinquanta attraverso il procedimento della morsura diretta dell’acido su lastra di rame, realizzate nel celebre atelier di Lacourière, ai piedi di Montmartre, altro spazio celeberrimo, frequentato dai più grandi artisti della storia dell’incisione europea del XX secolo.

Va sottolineata la particolare considerazione che Mirò aveva per la grafica d’arte, con riflessioni al di fuori dell’àmbito strettamente artistico, anche grazie ai successi ottenuti con questa tecnica che lo porterà a importanti risultati come quello del 1954, quando all’artista venne attribuito il Gran Premio Internazionale per la Grafica alla Biennale di Venezia.

“Dal punto di vista sociale e umano – ha scritto lo stesso Joan Mirò – l’incisione, benché se ne stampi un numero limitato di esemplari, ha maggiori capacità di diffusione di un dipinto che sarà invece un’opera unica, conservata nel museo”.

Ma è proprio il mondo immaginativo di Mirò, quello affollato di sogni prevalentemente rossi e neri, di figure fantastiche apparentemente infantili, di uccelli sconosciuti dalla lunga coda, forme vaganti nello spazio infinito, il più apprezzato del suo panorama artistico. Una sorta di spericolato funambolismo espressivo nel quale ogni forma e ogni segno si organizzano magicamente nello spazio in un’immagine che non sembra avere più nulla a che fare con la realtà conosciuta.

Dagli appunti di lavoro emerge chiara e limpida la poetica dell’artista, tanto chiara ed essenziale quanto naturale e priva di cerebralismi: “Nel disegnare – scrive – si badi al fatto che il tratto è la cosa più importante, riempiendo solo alcuni spazi con il nero, come le rarissime aree colorate nei grandi pastelli, e che i neri assumono la stessa importanza come nei punti di luce degli interni olandesi”. E ancora: “Farò emergere il mio lavoro come il canto di un uccello o la musica di Mozart, senza sforzo apparente, ma pensato per lungo tempo e lavorato all’interno”.

Il fatto è che la “scrittura” di Mirò, inventata, non convenzionale, indipendente da un preciso rapporto con la realtà, apparentemente dipendente dal caso o dal capriccio, è immediatamente percepibile.

Le 80 grafiche presentate alla mostra riassumono e traducono in forme diverse un pensiero interiore logico e conseguente, che inizia nei primissimi anni del Novecento: invitano a meditare sulla vicenda umana e artistica di Mirò, uno dei protagonisti della cultura figurativa del XX secolo, che per tutta la vita, anche quando il mondo era sconvolto da guerre, dittature, odi razziali e sociali, conservò intatto il raro dono di saper sognare, dando così vita a un’arte a sua volta capace di introdurci nel mondo senza confini dell’onirico e dell’inconscio.



Powered by Memoka

Questo sito utilizza i cookie, anche di terze parti, per funzionare meglio e per offrire pubblicità attinente agli interessi dei visitatori. Proseguendo con la navigazione oppure cliccando il pulsante ok acconsenti a ricevere cookie sul tuo dispositivo. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi