Amedeo Modigliani

C’è un dettaglio che torna in quasi tutti i suoi quadri: gli occhi. Modigliani li dipinge spesso senza pupille, due mandorle di colore pieno, come se i suoi personaggi guardassero dentro di sé invece che fuori. «Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi», avrebbe detto a chi glielo faceva notare. C’è tutto Modigliani in questa frase: un pittore che cercava, sotto la pelle dei volti, qualcosa di più profondo di una somiglianza.

Amedeo Modigliani

Era nato a Livorno nel 1884, in una famiglia ebrea colta e in difficoltà. Ragazzo malato — la tubercolosi lo accompagnò per tutta la vita — cresciuto da una madre che gli metteva in mano i poeti, arrivò a Parigi nel 1906 con l’eleganza di un dandy e le tasche vuote. Montmartre prima, Montparnasse poi: dormiva dove capitava, disegnava per pochi franchi, beveva, litigava, seduceva. La leggenda dell’«artista maledetto» nacque lì, ed è vera solo a metà. Dietro il mito c’era un lavoratore ostinato, che studiava Botticelli e le madonne senesi con la stessa fame con cui guardava le maschere africane al Louvre.

Pochi ricordano che Modigliani sognava di fare lo scultore. Per qualche anno, incoraggiato dall’amico Constantin Brâncuși, lasciò quasi la pittura per intagliare la pietra: nacque una serie di Teste dai lineamenti essenziali, i colli lunghi, i nasi affilati, sospese tra le cariatidi greche e l’arte africana. Fu la polvere del marmo, nemica dei suoi polmoni fragili, a costringerlo a tornare al pennello — ma quella lezione non lo lasciò più. Da allora dipinse come se stesse ancora scolpendo, costruendo i volti per piani netti e linee pure.

È da qui che nasce lo stile così immediatamente riconoscibile: i colli allungati, le teste inclinate, la linea che scorre senza spezzarsi. Non è deformazione, è musica — un ritmo tutto suo, che unisce la grazia dell’arte italiana antica alla libertà delle avanguardie parigine.

Due gruppi di opere lo hanno reso immortale. I primi sono i nudi distesi, dipinti soprattutto tra il 1917 e il 1919: figure calde e senza pudore che, alla loro unica esposizione, fecero accorrere la polizia a chiudere la mostra per oscenità. Oggi uno di quei Nudo sdraiato è stato battuto all’asta per oltre centocinquanta milioni di dollari, tra le cifre più alte mai raggiunte da un dipinto. Il secondo gruppo sono i ritratti di Jeanne Hébuterne, la giovane compagna che dipinse decine di volte: il collo sempre più lungo, lo sguardo sempre più assorto, fino a farne quasi un’icona.

Morì a Parigi nel gennaio del 1920, ad appena trentacinque anni, stroncato dalla malattia e dalla miseria. Il giorno dopo Jeanne, incinta del secondo figlio, si lasciò cadere da una finestra. Fu la fine di una storia d’amore e l’inizio di un mito che a volte ha finito per coprire la cosa più importante: Modigliani non fu uno sbandato romantico, ma uno degli ultimi grandi ritrattisti, uno che credeva ancora che un volto potesse custodire un’anima.

In Italia le sue opere sono poche — le grandi collezioni internazionali se le sono divise da tempo — ma qualcosa si ammira alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma (sito ufficiale), e la sua Livorno non ha mai smesso di celebrarlo. Vale il viaggio: davanti a uno dei suoi ritratti si capisce in un istante perché quegli occhi vuoti riescano, ancora, a guardarci.

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